Press - Fiorenza Cedolins

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Gatti’s firm hand shapes Verdi’s Requiem with passion and reverence
By David Wright
From its earliest days, Giuseppe Verdi’s Requiem has been performed in both churches and opera houses. Thursday night’s performance in Symphony Hall, led by Daniele Gatti with the Boston Symphony Orchestra, vocal soloists, and the Tanglewood Festival Chorus, was a tad more operatic than ecclesiastical.
True, Gatti’s demeanor on the podium was quietly attentive, modest, even reverent. And there were moments of reÀ ined chamber music involving soloists and orchestral woodwinds.
But three of the four soloists sang in a robustly dramatic style (only soprano Fiorenza Cedolins brought more of an oratorio sound), the large chorus sounded more like a crowd scene than a chamber choir, and the emphasis overall was on mood and atmosphere—what Verdi called tinto—rather than theological content.
And besides, there was never any risk of mistaking this piece for a mass by Palestrina. Composing a memorial to the poet and novelist Alessandro Manzoni in 1873‐74, the master of Italian opera mined the old Latin text of the Roman Catholic Mass for the Dead for every speck of human passion, ecstasy, terror, and tenderness to be found in it.
In fact, this score is so fraught that it’s probably better just to let it play than to try to inject more emotion into it. Gatti’s version of the recurrent Dies irae, for example, was not a wild orgy of wailing and gnashing of teeth, but something almost scarier: the march of doom in a slowish but inexorable tempo. Here and in softer passages, the BSO players were disciplined and alert to their task.
Gatti’s attention to detail, though coming somewhat at the expense of large‐scale continuity, yielded many rewards, such as the spurts of woodwind “À lames” (rising scales) that heated up the Dies irae. With the help of his curvilinear yet precise gestures, the diverse forces onstage usually managed to phrase as one.

The Offertorio, for example, was so coordinated that the orchestra woodwinds seemed almost to match overtones with the solo vocal quartet.
The four vocal soloists, all making debuts with the BSO, were far from a natural match in terms of timbre, but they adjusted admirably to each other in the ensembles. Soprano Cedolins held her own at the top of the group with a sweet voice that had a touch of heft to it. Her singing was distinguished by a À ine legato, uniform tone color throughout her range, and sensitive phrasing in the Libera me.
Mezzo‐soprano Ekaterina Gubanova delivered the Liber scriptus with a good deal of both power and vibrato, ranging in timbre from electric on the high notes to dark and portentous in the softer dynamics. She also pulled back to pair beautifully with Cedolins in the tender Recordare, with hand‐in‐glove support from Gatti and the orchestra.
Tenor Stuart Neill, substituting on a few days’ notice for the indisposed Fabio Sartori, had to keep his heroic‐tenor tones under wraps for much of the evening, at least until the operatic Ingemisco, where his huge, ringing top could be fully appreciated. His pianissimos, however, were somewhat lacking in focus.
Bass Carlo Colombara’s clarity of tone and À inely projected diction enabled him to match the tenor’s big sound with apparent ease as he evoked the dark drama of the Mors stupebit and the Confutatis. But signs of strain appeared later in the evening, as Colombara’s tone hollowed out a bit, and a buzz became more pronounced.
The Tanglewood Festival Chorus was a À irm, unobtrusive presence in its supporting role, and stepped forward with gusto in the raging Dies irae and the melodious Lacrymosa, one of those unforgettable Verdi tunes that could have stepped right out of Il trovatore. Of the two choral fugues, Sanctus and Libera me, the latter had the greater rhythmic drive and diction on Thursday night.
Throughout the evening, Daniele Gatti’s À irm hand could be felt shaping every aspect of the performance, from the almost inaudible opening bars to the soft, measureless chanting of Libera me at the close, and all the high drama in between. If one of the conductor’s goals was to whet anticipation for his two upcoming BSO appearances in March, in programs devoted (respectively) to Wagner and Mahler, he succeeded.
TOSCA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA
RECENSIONI

apemusicale.it
In balia degli eventi
Fiorenza Cedolins, nel ruolo del titolo, aderisce perfettamente con la sua spiccata teatralità ai dettami della regia, delineando una protagonista per certi aspetti inquietante nei suoi forti contrasti.
Maggiormente a suo agio nei momenti lirici, la sua calda e avvolgente vocalità si dipanava con ricercata misura timbrica superando le difficoltà incontrate in partitura con l’attenta professionalità che da sempre la contraddistingue.
                                                                                          Silvia Campana
cesaregalla.it
Una “Tosca” che esalta l’orchestra
…. Compagnia di canto con l’esperta Fiorenza Cedolins in evidenza …..
La compagnia di canto ha visto Fiorenza Cedolins tornare al Filarmonico nel ruolo del titolo. Il soprano friulano ha presenza scenica importante e molto nella parte, con qualità attoriali che sono fondamentali in un’opera come questa. La linea di canto è sapientemente modellata….. musicalmente la riuscita è piena e convincente.
L’interpretazione è di forte impatto drammatico: una donna innamorata che anche quando sembra sul punto di soccombere non cessa di affermare una personalità forte e orgogliosa.

                                                                                            Cesare Galla
Fermataspettacolo.it
Tosca! Largo ai ragazzi!

…Al fianco di fatti colleghi completa il cast la veterana Fiorenza Cedolins, che guarda da non molto lontano il sorgere del suo trentesimo anno di carriera. Nonostante i tanti anni la voce è fresca, bellissima, pastosa e leggera. Molto sapientemente, non possedendo un timbro ed una cavata da soprano drammatico, affronta questo ruolo difficilissimo da grande belcantista quale è. La voce non è mai fatta sprofondare nel registro di petto, evitando così ogni tipo di sguaiatezze, ma viene portata nelle note gravi con un’emissione mista in cui la maschera è sempre presente e che le consente di far udire sempre un bel suono omogeneo in tutta la gamma: dal grave agli acuti lucenti. E’ la dimostrazione del fatto che se si affronta il canto con disciplina e studio anche a distanza di parecchi anni la voce non ne risente anzi, matura e migliora. Mi auguro di sentire presto, e per lungo tempo ancora questo soprano dal tipico sapore italiano, un canto sul fiato e a fior di labbra.

GBOpera.it

La conclusione con Tosca che sceglie non di gettarsi dalla cima del castello ma di scagliarsi contro i fucili degli scagnozzi di Scarpia è causa di un certo scompiglio nel pubblico. Ma una diva come Fiorenza Cedolins riesce a rendere credibile anche questo finale alternativo: ogni gesto del celebre soprano furlano è magistralmente calibrato, regalandoci un’interpretazione di Floria Tosca assolutamente impeccabile. Negli attacchi di gelosia come nelle languide carezze la Cedolins presta attenzione ad ogni piccolo gesto e sottile dettaglio, attingendo con ogni fibra alla propria esperienza di cantante per immedesimarsi nella cantante Tosca, quasi si trattasse del proprio alter ego. E nel realizzare questa immedesimazione è certo d’aiuto una voce in splendida forma, con una notevole facilità in acuto e un fraseggio profondamente interiorizzato.
La varietà dinamica cui può attingere la Cedolins è impressionante, particolarmente belli i pianissimi nei cambi di registro: “Vissi d’arte” è di conseguenza un momento di intenso e commovente lirismo.
                                                                                           Raffaella Petrosino

Gliamicidellamusica.net
Tosca più sadica di Scarpia

Il cast annoverava voci celebri del calibro di Fiorenza Cedolins (Tosca) …..
Applauditissima dal pubblico e festeggiata dall’orchestra, per il compleanno, a fine recita la Cedolins, la cui Tosca è autorevole per le qualità estrinseche della cantante e per la conoscenza del ruolo; ha “obbedito” alla caratterizzazione voluta da Agostinucci e questo dà il segno di una grande professionalità.
                                                                                           Athos Tromboni

Ierioggidomaniopera.com
Teatro Filarmonico di Verona: Tosca

Fiorenza Cedolins ritornava a Verona, con la sua Floria Tosca, un ruolo di cui in Arena ha dato un’interpretazione paradigmatica, nello spettacolo bellissimo di Hugo de Ana. La sua è ancora una grande Tosca per l’interpretazione e la varietà di accenti.
Teatralmente il soprano è efficacissima nel giocare il ruolo della Diva, per poi passare ad essere teneramente innamorata e evidentemente ingenua. “Vissi d’arte” e il finale risultano i momenti migliori, dove rifulge al meglio la maestra del fraseggio. Ogni sguardo e ogni gesto è impressionante tale è l’immedesimazione nel personaggio.
                                                                                            Francesco Lodola

L’Arena
La “Tosca” rientra nei canoni classici e strappa consensi
Fiorenza Cedolins, non si limita a cantare splendidamente Tosca come sa fare da sempre, ma offre una delle più intense e suggestive interpretazioni sinora ascoltate.
                                                                                          Gianni Villani

MTGLIRICA.COM
Tosca, Giacomo Puccini – Teatro Filarmonico di Verona, Domenica 19 marzo 2017

E se di carattere c’è bisogno per interpretare Tosca Fiorenza Cedolins ne ha da vendere: è una interprete di consumata esperienza e ciò fa si che sul palco domini come una leonessa, la sua Floria è sanguigna e dinamica, forte ma dolce. La sostiene una voce che oggi appare più robusta soprattutto nei centri, ai quali il soprano si affida per caratterizzare al meglio il suo ruolo.
                                                                                            Maria Teresa Giovagnoli
Traiettorie.org
Tosca al Teatro Filarmonico di Verona

Fiorenza Cedolins, nel ruolo del titolo, aderisce perfettamente con la sua spiccata teatralità ai dettami della regia, delineando una protagonista per certi aspetti inquietante per i suoi forti contrasti. Maggiormente a suo agio nei momenti lirici la sua calda e avvolgente vocalità si dipanava con ricercata misura timbrica superando le difficoltà incontrate in partitura con l’attenta professionalità che da sempre la contraddistingue.

                                                                                            Silvia Campana
Verona Fedele
Tosca, il “dramma musicato” incanta il Teatro Filarmonico.

I cantanti: detto tutto il bene possibile della grande Fiorenza Cedolins (Tosca) …..

                                                                                            Mario Tedeschi Turco


Palermo, Teatro Massimo – Tosca

In forma smagliante, Fiorenza Cedolins è Floria Tosca. Non soltanto perché ne padroneggia ogni più riposta sfumatura, ma soprattutto perché sbalza un personaggio a tutto tondo, tragédienne di alto profilo, donna e diva durante tutto il corso dell’opera. Alcuni dettagli, giusto per dare un’idea della costruzione del ruolo: l’attenzione con cui valorizza i costumi – sontuosi, quelli che indossa: verde acqua nel primo atto, rosso pompeiano e oro nel secondo, blu notte nell’ultimo – e stole e strascichi, per creare drappeggi di cui si ammanta, autentiche ali che le permettono di svettare sulla scena; o ancora tutto il mimodrame del Finale II, dal momento in cui scorge il coltello sul tavolo della cena a quando abbandona Palazzo Farnese, realizzato nel pieno rispetto delle didascalie ma arricchito da un gioco di sguardi – al tempo stesso sobri ma di grande forza espressiva – che rendono indimenticabile la scena. C’è, inoltre, uno strumento vocale che ancora perfettamente risponde alle esigenze del ruolo, e anzi lo scolpisce con un fraseggio sempre penetrante, con un controllo della linea vocale esemplare, con il dominio di un registro acuto tuttora saldo (il celeberrimo do della «lama»). Inscritta nel solco di una nobile tradizione italiana, che congiunge la Olivero alla Kabaivanska, la sua Tosca trova nel «Vissi d’arte» la toccante sintesi del ruolo, fatta di dignità, generosità,, dedizione.
Giuseppe Montemagno
 
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